Il disastro climatico che ha colpito Portoferraio Il 13 febbraio, nella zona di Concia di Terra ha causato anche l’esondazione del fosso perpendicolare a Via Brignetti, e parallelo alla provinciale per l’Enfola.
E’ un’area vasta, dove da anni Legambiente segnala inascoltata intubamenti, tombamenti e spostamenti di fossi, con restrizione degli argini, anche per far spazio a nuova cementificazione.
Le testimonianze dei cittadini che continuano ad arrivarci a due settimane dal nubifragio confermano che l’acqua è esondata inizialmente dal punto in cui il fosso si trasforma da fosso aperto – ma ristretto in sponde cementate - a tubo interrato sotto l’autolavaggio, e successivamente per tutta la lunghezza in cui il fosso confina con proprietà private. A monte, acqua e fango hanno allagato prima un giardino, risparmiando per miracolo un’abitazione, ma più a valle - fino ai locali in via Cacciò – le altre case non si sono salvate.
E dopo l’alluvione la situazione dei fossi sembra ancora più critica e con una portata drasticamente ridotta a causa dell’accumulo di detriti negli alvei. Un rischio acuito da diversi ponticelli a raso e da restrizioni, intubamenti, tombamenti e incuria accumulatisi negli anni e che hanno stravolto il reticolo idraulico minore .
Se si vuole affrontare davvero la situazione – e sappiamo che il Comune sta affidando d’urgenza studi tecnici per gli aspetti idraulici e idrogeologici – non si può pensare di farlo riportando la situazione a quella del giorno prima dell’alluvione.
Tutto il reticolo di fossi e corsi d’acqua minori va riconsiderato in base alla condizione climatiche mutate – e in continua mutazione - e agli interventi urbanistici che hanno stravolto la natura dei luoghi sui quali si è abbattuta la bomba d’acqua del 13 febbraio.
Riportare quell’area alla “normalità” precedente significa solo esporla nuovamente a un crescente rischio.