Sono passati 13 anni dalla completa eradicazione del ratto nero dall’Isola di Montecristo. Era il febbraio del 2012. Nel 2015, dopo 3 anni di assenza di tracce di ratti, venne dichiarato definitivamente il successo dell’operazione. Da allora i ratti non si sono più rivisti, e fortunatamente non sono ricomparsi neppure dopo il naufragio di un peschereccio avvenuto nel 2019, a seguito del quale vennero svolte immediatamente indagini per rilevarne l’eventuale arrivo. Proviamo oggi a riesaminare il progetto, dalle sue motivazioni fino agli effetti a lungo termine.
Nel 2010 gli Enti responsabili della gestione dell’isola, l’allora Corpo Forestale dello Stato (oggi Carabinieri Forestali) e il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, decisero di affrontare alcune di quelle che apparivano essere le principali problematiche di Montecristo, un’area strettamente protetta dove però la biodiversità era minacciata dalla presenza di alcune specie aliene, le stesse che su isole di tutto il mondo hanno causato un numero elevatissimo di estinzioni. Fra queste spiccava il ratto nero, che in pratica azzerava il successo riproduttivo di una delle maggiori popolazioni italiane di berta minore (Puffinus yelkouan), un uccello marino, parente degli albatros, che viene a terra solo per nidificare passando il resto della sua vita in mare: in presenza dei ratti, la riproduzione falliva in oltre il 90% dei nidi, per la predazione di uova e pulcini. Visto che ogni coppia depone un solo uovo l’anno, l’impatto che questo predatore aveva sulla popolazione di Montecristo è facilmente intuibile. Le berte minori, come molti altri uccelli marini e numerose specie di altri gruppi animali esclusive di ambienti insulari, si sono evolute per riprodursi in aree prive di Mammiferi terrestri predatori e quindi non dispongono dei comportamenti difensivi necessari per sopravvivere in presenza di ratti e altri predatori alieni, ossia trasportati dall’uomo, volontariamente o meno, in gran parte delle isole del mondo; non è quindi difficile capire perché gli uccelli marini siano uno dei gruppi di animali con il maggior numero di specie minacciate di estinzione.
Oltre all’impatto sulle berte, sono ben conosciuti gli altri effetti negativi prodotti da questi animali nelle isole, dove mettono a rischio la sopravvivenza di innumerevoli specie di piante e animali autoctoni e alterano l’intero equilibrio dell’ecosistema. Per queste ragioni le eradicazioni dei ratti sono sempre più numerose, e a oggi sono state completate su oltre 800 isole in tutto il mondo. Ecco perché anche a Montecristo, dopo due anni di studi preliminari e preparazione, nel gennaio 2012 venne effettuato un intervento di questo tipo.
Fin dall’estate successiva, l’effetto sul successo riproduttivo della berta minore fu esattamente quello sperato: nella stagione del 2012 oltre il 90% delle coppie di berta monitorate sull’isola riuscì a portare a termine con successo la riproduzione, con la schiusa delle uova e l’involo dei nuovi nati.
E ora, 13 anni dopo, gli attesi effetti positivi a lungo termine ci sono stati davvero? Le specie minacciate dai ratti, la cui protezione era alla base della messa in atto del progetto, si sono avvantaggiate? E le condizioni complessive dell’ecosistema insulare sono migliorate come si auspicava, dopo la scomparsa dei ratti? E in quale misura? Ci sono stati effetti negativi, sempre possibili quando si attuano interventi così drastici di gestione della natura? Infine, ci sono stati effetti negativi a lungo termine sulle specie autoctone o sull’equilibrio dell’ecosistema insulare?
Ripartiamo dalla berta minore, la “specie-bandiera” del progetto. Questo piccolo uccello marino si riproduce esclusivamente su isole del Mediterraneo Centrale e Orientale, e la sua sopravvivenza è minacciata a tal punto che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura l’ha inserita nell’elenco delle specie “vulnerabili”. Come detto, gli effetti benefici dell’intervento sono stati immediati, e fortunatamente si sono mantenuti nel tempo: dal 2012 il successo riproduttivo si è assestato attorno al 70-85%. Su una popolazione stimata in 450 – 700 coppie, questo significa che dal 2012 ad oggi, grazie alla rimozione del ratto, su Montecristo hanno potuto prendere il volo circa 5700 berte minori, indicativamente oltre 4900 in più di quante sarebbero state in presenza dei ratti. Il valore con ogni probabilità è persino inferiore a quello reale, perché non si è tenuto conto dell’incremento del numero di coppie dopo l’eradicazione dei ratti, incremento però difficilmente quantificabile. Le berte minori infatti nidificano in colonie a picco sul mare, difficili da raggiungere e monitorare, e gli animali rientrano al nido solamente di notte e in condizioni di completa oscurità. È quindi molto complicato ottenere stime precise della popolazione nidificante.
Sulle altre specie animali è più difficile dare valori precisi, perché non disponiamo di dati numerici come quelli sul successo riproduttivo delle berte. Per due specie di uccelli notturni, l’Assiolo (piccolo rapace notturno nidificante in cavità, le cui nidiate erano certamente predate dai ratti) e il Succiacapre (particolarmente vulnerabile alla presenza del roditore in quanto nidifica a terra), l’evidenza di un beneficio è basata sull’improvviso aumento delle popolazioni nidificanti, confrontando i dati a disposizione dei trent’anni precedenti l’intervento con i dieci anni successivi. Altre motivazioni a carattere non locale possono ovviamente avere concorso a questo incremento, poiché si tratta di specie migratrici, ma non in misura tale da giustificare localmente un aumento con fattore 10, non osservato nelle isole vicine. È certo inoltre che negli ultimi anni sull’isola sono comparse alcune specie di pipistrelli e di farfalle diurne, in grado di ricolonizzarla autonomamente, in quanto capaci di volare. Proprio per le farfalle, ripetuti campionamenti svolti da ricercatori dell’Università di Firenze (studio coordinato dal dott. L. Dapporto) hanno mostrato come si sia verificato “un incremento deciso dal 2013 a oggi”, dovuto sia al presumibile arrivo di alcune specie assenti in precedenza, sia alla scoperta o al ritrovamento di altre “passate inosservate fino al 2014 perché rappresentate da un numero molto esiguo di individui”, oppure non più rinvenute da decenni e successivamente aumentate grazie all’assenza dei ratti, perché questi predavano intensamente gli stadi giovanili delle farfalle oppure consumavano le piante da cui dipendono queste farfalle o, più probabilmente, per entrambe le cause. A parere degli stessi ricercatori, “è possibile che quanto accaduto alla comunità di lepidotteri diurni possa aver interessato una parte larghissima della diversità dell'isola, fenomeno che, a causa della mancanza di dati pregressi, non è possibile verificare”. Da sottolineare ad esempio il caso di Parargie aegeria, segnalata nel 1979 e poi non più rilevata fino al 2014, quando fu di nuovo osservata, per poi essere indicata come “comunissima” nel 2019. Casi analoghi, di insetti e addirittura di un piccolo uccello marino, considerati estinti a livello globale ma ritrovati alcuni anni dopo eradicazioni di Roditori, sono già stati descritti su altre isole, soprattutto attorno alla Nuova Zelanda dove questi interventi sono stati più numerosi.
L’effetto sulla vegetazione si manifesta in tempi più lunghi, ma oggi appare molto evidente: la vegetazione è stata monitorata per un periodo che va dal 2011 al 2018, effettuando dei rilievi su aree permanenti. La serie di dati mostra un graduale aumento del numero medio di specie rinvenuto nei rilievi (dalle circa 23 specie rilevate in media nel 2011 alle oltre 32 del 2018), seppure con fluttuazioni dovute ai ripetuti eventi metereologici estremi avvenuti negli ultimi anni. L’interpretazione di questi dati deve tenere conto del fatto che permane nella maggior parte dell’isola un certo impatto sulla vegetazione dovuto alla presenza della popolazione di capra introdotta sull’isola nell’antichità, e conosciuta appunto come capra di Montecristo. Nonostante questo, il trend positivo che ha seguito l’eradicazione del ratto sull’isola testimonia la cessazione della pressione esercitata dai roditori, che sono noti per causare impatti notevoli anche sulle specie vegetali insulari, in particolare alimentandosi dei loro semi, con evidenti conseguenze anche sulle popolazioni di invertebrati e sugli uccelli migratori, che utilizzano l’isola come area di sosta per riposarsi e rifocillarsi durante l’attraversamento del Mediterraneo.
Andiamo ora ad esaminare quali sono stati gli effetti negativi causati dal progetto, che è stato condotto, come tutte le eradicazioni di ratti realizzate nel mondo, mediante distribuzione di esche rodenticide, potenzialmente pericolose per tutte le specie di mammiferi e uccelli, in misura molto minore, per rettili, anfibi e pesci, mentre non sono tossiche per gli invertebrati. Cosa è realmente accaduto alle specie autoctone – o di antica introduzione - che secondo alcuni detrattori dell’operazione sarebbero state danneggiate?
Rispetto alla popolazione di capra presente a Montecristo sin dall’antichità, e per la quale alcuni hanno avanzato l’ipotesi che abbia subito una perdita delle sue caratteristiche peculiari, causata proprio dal Progetto LIFE, è doveroso fare alcune precisazioni. Prima dell’eradicazione dei ratti uno stock di circa 50 individui era stato messo sotto protezione in un apposito recinto costruito sull’isola, per essere rilasciato solo dopo la fine delle operazioni (ma in realtà sopravvisse anche la maggior parte delle capre rimaste al di fuori del recinto). I conteggi della popolazione svolti annualmente sull’isola hanno effettivamente - come previsto - registrato un’inflessione in corrispondenza delle operazioni di eradicazione del ratto, per poi riattestarsi in pochissimi anni sui valori di consistenza antecedenti l’intervento. A proposito poi della ipotizzata perdita di “purezza” di questa popolazione, è sufficiente precisare che mai negli ultimi cinquant’anni hanno avuto luogo trasferimenti di capre dal continente verso Montecristo, anzi, grazie al progetto Montecristo 2010 e Resto con Life, sono stati creati in Italia due nuclei ex situ, ben isolati e monitorati.
Le maggiori perdite a carico di una specie non target hanno riguardato il gabbiano reale, che, grazie alla capacità di sfruttare risorse fornite dall’Uomo (soprattutto i rifiuti abbondantemente disponibili nelle discariche costiere), a partire dall’ultimo dopoguerra si è reso protagonista di un formidabile incremento ed espansione, dapprima nei contesti naturali e poi in ambienti urbani. Bisogna dire che, grazie alle recenti disposizioni comunitarie in materia di conferimento dei rifiuti, le popolazioni insulari hanno invertito la tendenza e sono drasticamente calate. Le perdite registrate a Montecristo nel 2012, irrilevanti sotto il profilo conservazionistico, hanno localmente rappresentato un fattore di accelerazione del fenomeno sopra descritto, che è comunque avvenuto in tutte le maggiori colonie dell’Arcipelago Toscano, dove la popolazione complessiva è all’incirca dimezzata negli ultimi 10-15 anni.
Rapaci e corvi imperiali sono presenti sull’isola esattamente come lo erano prima dell’eradicazione dei ratti, così come il discoglosso sardo, un piccolo anfibio su cui vennero effettuate indagini mirate prima e dopo l’operazione, e che non subì alcun impatto. Non vi sono mai state indicazioni di possibili effetti negativi sulle specie marine, che peraltro sarebbero stati a dir poco sorprendenti, dati i quantitativi del tutto trascurabili di rodenticidi che potrebbero essere finiti in mare.
In conclusione, l’effetto complessivo del progetto sull’ “ecosistema Montecristo” appare quindi assolutamente positivo: l’aumento di ricchezza di specie vegetali non può che favorire l’aumento delle specie animali, sia permettendo una maggiore diffusione delle specie autoctone già presenti, sia favorendo l’arrivo e l’insediamento di nuove specie in grado di superare autonomamente estesi tratti di mare, come appunto i pipistrelli e le farfalle. Un risultato fondamentale è naturalmente quello raggiunto sulla berta minore, una specie minacciata di estinzione che l’Italia e gli enti responsabili della gestione delle isole dove questa specie si riproduce hanno il compito di proteggere. Questo e altri progetti analoghi condotti su diverse piccole isole italiane hanno portato ad un risultato fondamentale per la tutela della berta minore. Oggi, circa l’80% delle coppie si trova su isole che sono state liberate dai ratti. Se si considera che la popolazione italiana rappresenta la metà di quella mondiale e facile intuire l’importanza di queste azioni di tutela e dei risultati ottenuti. Negli ultimi anni sono stati avviati anche altri interventi e progetti di ricerca per affrontare altri fattori che minacciano questa specie, quali la mortalità causata dagli strumenti da pesca o dall’inquinamento luminoso, ma già oggi la protezione dai predatori terrestri ha permesso un sostanziale aumento del numero di giovani berte che si involano ogni anno nel Mediterraneo.
Nicola Baccetti
Francesca Giannini
Camilla Gotti
Lorenzo Lazzaro
Giampiero Sammuri
Paolo Sposimo